CREME SOLARI: PROTEGGERE LA PELLE TUTELANDO IL MARE

(1a PARTE)

Le creme solari vengono rilasciate in mare dalla nostra pelle non solo quando facciamo il bagno, surf, snorkeling o altre attività balneari ma anche attraverso docce, scarichi domestici e acque reflue. Nel Mediterraneo, dove il turismo costiero è intenso e il ricambio delle acque è relativamente limitato, il rilascio di circa 10.000-15.000 tonnellate l’anno rende questa pressione tutt’altro che marginale, soprattutto nelle baie affollate, nei porti turistici e lungo spiagge molto frequentate durante l’estate (1). Senza contare che gli ecosistemi marini del Mediterraneo sono esposti sempre più frequentemente a cambiamenti climatici, ondate di calore, arricchimento di nutrienti, inquinamento da microplastiche, pesca eccessiva e altre forme di impatto antropico. Quando le sostanze contenute nelle creme solari entrano in mare, quindi, vanno a sommarsi ad altre pressioni, rendendo gli ecosistemi marini ancora più vulnerabili (2).

Molti studi scientifici si sono focalizzati sullo studio dell’impatto dovuto ai singoli ingredienti delle creme solari, e sono ancora pochi gli studi che hanno valutato i prodotti solari nel loro complesso. In particolare, gran parte delle indagini si è concentrata sui filtri organici, come l’oxybenzone, l’octocrylene e l’octinoxate, che in alcuni Paesi sono già stati banditi. Per questi composti il rischio ecotossicologico è ben documentato per un ampio spettro di organismi marini: stress ossidativo, alterazioni fisiologiche, riduzione della fertilizzazione, danni allo sviluppo embrionale e larvale, modifiche della riproduzione, alterazioni comportamentali e bioaccumulo. Questi effetti possono variare tra specie e a seconda della concentrazione e della biodisponibilità dei prodotti solari, oltre che della durata dell’esposizione (3). Sono stati condotti studi non solo sui coralli tropicali (4,5), ma anche su organismi del Mediterraneo, sia su invertebrati come i ricci di mare, sia su vertebrati come la tartaruga Caretta caretta, oltre che su specie che formano habitat e ospitano altre comunità biologiche, come Posidonia oceanica (6, 7, 8).

Anche i filtri inorganici, che inizialmente hanno rappresentato una possibile alternativa alle creme con filtri organici, non sono innocui. L’ossido di zinco è tra i composti più problematici per gli effetti sui coralli; molte creme solari con claim di ecocompatibilità contenenti ZnO e TiO2 hanno in realtà effetti negativi sugli organismi marini, producendo gravi anomalie negli embrioni di riccio di mare (Paracentrotus lividus), oltre ad accumulo di zinco e titanio nelle larve (9).

La ricerca si è quindi orientata verso lo sviluppo di altri filtri organici, definiti anche filtri di “nuova generazione, tra cui DHHB (Diethylamino Hydroxybenzoyl Hexyl Benzoate), BEMT (Bis-Ethylhexyloxyphenol Methoxyphenyl Triazine), MBBT (Methylene Bis-Benzotriazolyl Tetramethylbutylphenol) ed EHT (Ethylhexyl Triazone). Queste molecole sono risultate in molti casi più ecocompatibili rispetto ai filtri utilizzati storicamente (1). A questi si aggiungono filtri UV come Phenylene Bis-Diphenyltriazine (noto commercialmente come TriAsorB™), Methoxypropylamino Cyclohexenylidene Ethoxyethylcyanoacetate (indicato anche come MCE/S87 o Mexoryl 400) e Bis-(Diethylaminohydroxybenzoyl Benzoyl) Piperazine (HAA299) recentemente autorizzati nell’Unione Europea. Tuttavia, anche se questi filtri UV appaiono promettenti dal punto di vista fotoprotettivo o regolatorio, resta prematuro definirli ecologicamente sicuri per la vita marina.

FACCIAMO IL PUNTO SULL’IMPATTO DELLE CREME SOLARI SULLA VITA MARINA

Photo credit: Gabriella Luongo

I PUNTI FERMI NELLO STUDIO DELL’IMPATTO DELLE CREME SOLARI

Ci sono alcune evidenze consolidate nello studio dell'impatto delle creme solari sulla vita marina.

  • La crema solare è necessaria per prevenire i danni del sole alla pelle. Il problema ambientale non deve essere interpretato come un invito a rinunciare alla fotoprotezione, ma come una spinta a utilizzare prodotti efficaci sia per la protezione della pelle sia rispettosi dell'ambiente.
  • I filtri UV delle creme solari persistono nell’ambiente marino: sono stati rilevati in acqua, sedimenti e tessuti animali. Studi recenti hanno evidenziato la presenza di numerosi filtri UV, in particolare octocrylene, homosalate ed ethylhexyl salicylate, in aree ad alta frequentazione turistica, incluse le coste adriatiche (10, 11, 12). Questo non dimostra in modo automatico un impatto biologico, ma conferma che l'esposizione marina esiste e può raggiungere livelli non trascurabili negli hotspot turistici.
  • La letteratura scientifica è sufficientemente matura per affermare che alcuni filtri UV possono produrre effetti biologici misurabili su organismi marini. È necessario, però, ampliare ulteriormente i casi di studio, in particolare su specie mediterranee, esposizioni a lungo termine, miscele realistiche e formulazioni complete.
  • Sono stati inoltre identificati alcuni meccanismi di azione dei filtri UV sui coralli (4, 5).

Sebbene esistano queste conferme, è anche vero che:

  • molti studi sugli effetti dei prodotti solari sono di tipo sperimentale, ovvero condotti in laboratorio o in mesocosmo, e non in mare, dove diversi fattori ambientali possono modificare il loro impatto ecologico;
  • alcuni ingredienti e formulazioni possono risultare ecocompatibili. Non tutti i test effettuati finora con filtri UV e creme solari hanno mostrato effetti dannosi per la vita marina.
  • i contaminanti derivanti dalle creme solari agiscono localmente, soprattutto in baie chiuse, lagune, reef turistici e aree con scarso ricambio d'acqua o presenza di scarichi. Questi non rappresentano né l’unica né la principale causa del degrado degli ecosistemi marini o del declino globale dei coralli; il riscaldamento globale e altri impatti antropici come la pesca restano fattori determinanti di degrado e le creme possono aggiungersi a questi fattori.

Questi limiti, però, non devono essere una giustificazione per continuare a inquinare il mare con prodotti solari potenzialmente dannosi per gli ecosistemi marini. Il fatto che non tutte le creme siano tossiche, che molti esperimenti siano condotti in condizioni di laboratorio o che il cambiamento climatico rappresenti una pressione molto più ampia non significa che il rischio per gli ecosistemi marini sia trascurabile. Al contrario, proprio perché mari, coste e habitat mediterranei sono già esposti a molteplici fonti di stress, ogni pressione aggiuntiva e gestibile dovrebbe essere ridotta.

La transizione verso prodotti solari realmente ecocompatibili rappresenta quindi un obiettivo concreto, importante e urgente. A differenza di pressioni globali più complesse da affrontare, come il riscaldamento degli oceani, la composizione dei prodotti immessi sul mercato, la trasparenza dei test, la scelta dei filtri e la regolazione dei claim ambientali sono aspetti più direttamente controllabili. Ridurre questa fonte di impatto non risolve da sola la crisi degli ecosistemi marini, ma può contribuire a eliminare una pressione evitabile, conciliando meglio la protezione della pelle con la tutela del mare.

Photo credit: Gabriella Luongo

RICERCA E COLLABORAZIONI

Non si tratta di mettere in contrapposizione la salute della pelle e quella del mare, ma di trovare punti di convergenza.

Negli ultimi decenni la ricerca ha compiuto sforzi importanti per comprendere gli effetti ecologici delle creme solari, ma il quadro non è ancora completo. Servono test standardizzati a livello di habitat e specie, capaci di valutare l’esposizione a formulazioni complete anche nel lungo termine e in condizioni quanto più possibile vicine a quelle naturali. Allo stesso tempo, è necessaria una collaborazione più stretta tra università o enti di ricerca, aziende cosmetiche, enti di controllo e autorità regolatorie, per rendere il tema delle creme solari una concreta occasione di innovazione responsabile nell’ambito della transizione ecologica.

Le aziende dovrebbero adottare certificazioni credibili e verificabili, rendere più accessibili i dati e più trasparenti i test, utilizzando criteri condivisi e regole più specifiche per valutare la reale ecocompatibilità dei prodotti. Questo aiuterebbe le aziende più virtuose a distinguersi e permetterebbe ai consumatori di riconoscere meglio i prodotti realmente meno impattanti.

Dichiarare l’ecocompatibilità ambientale con slogan generici e non verificati è fuorviante per il consumatore e non aiuta a proteggere davvero gli ecosistemi marini. La transizione verso creme solari più sostenibili richiede dati solidi, valutazioni indipendenti e un impegno condiviso lungo tutta la filiera, in grado di certificarne l’ecocompatibilità ed evitare il greenwashing.

Riferimenti bibliografici

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Creme solari

Filtri UV

Ecosistemi marini

Ecocompatibilità

Ricerca scientifica

Le creme solari sono fondamentali per proteggere la pelle dai danni dei raggi UV, ma quando sono rilasciate nell’ambiente marino possono produrre gravi danni sugli organismi, soprattutto in aree costiere frequentate da turismo intensivo. Serve quindi un approccio ecosostenibile che ci permetta di continuare a proteggere la pelle ma anche di mitigare l’impatto ecologico dei prodotti solari. Per farlo è necessaria una maggiore collaborazione tra ricerca, industria e autorità di controllo. Solo così sarà possibile identificare prodotti realmente ecocompatibili e aiutare i consumatori a compiere scelte più consapevoli, basate su dati solidi, valutazioni indipendenti e maggiore trasparenza lungo tutta la filiera.

ABSTRACT