FILTRI SOLARI E AMBIENTE MARINO:
TRA PROTEZIONE DELLA PELLE E RISCHIO ECOLOGICO
(1a PARTE)

Negli ultimi decenni, l’uso delle creme solari è cresciuto in modo significativo, grazie alla maggiore consapevolezza dei rischi legati all’esposizione ai raggi ultravioletti (UV). Questi prodotti rappresentano oggi uno strumento fondamentale per prevenire scottature, invecchiamento precoce della pelle e tumori cutanei. Tuttavia, dietro i benefici per la salute umana si nasconde una problematica emergente: l’impatto ambientale dei filtri UV sugli ecosistemi acquatici, in particolare quelli marini.
I filtri solari possono essere suddivisi in due categorie principali: organici e inorganici.
I filtri organici, spesso definiti “chimici”, assorbono le radiazioni UV trasformandole in calore. Tra questi rientrano composti come benzofenoni, cinnamati e derivati della canfora. I filtri inorganici, invece, come il biossido di titanio (TiO₂) e l’ossido di zinco (ZnO), riflettono e disperdono la radiazione solare, offrendo una protezione ad ampio spettro.
Negli ultimi anni, l’industria cosmetica ha introdotto nanoparticelle di questi composti per migliorare l’efficacia e l’estetica dei prodotti, rendendoli più trasparenti e facili da applicare. Tuttavia, queste innovazioni hanno sollevato non poche preoccupazioni ambientali.
I filtri UV entrano negli ecosistemi acquatici attraverso due principali vie: diretta e indiretta.
Il trasferimento diretto avviene quando le persone fanno il bagno in mare: si stima che circa il 25% della crema solare applicata venga rilasciata nell’acqua. Il turismo costiero, in continua crescita, amplifica questo fenomeno, soprattutto nelle zone balneari molto frequentate.
Il trasferimento indiretto avviene invece tramite i sistemi fognari. Dopo docce o lavaggi, i residui dei prodotti contenenti filtri UV finiscono negli impianti di trattamento delle acque reflue, che spesso non sono in grado di rimuoverli completamente. Di conseguenza, queste sostanze raggiungono fiumi, laghi e mari (1).
Una volta nell’ambiente, molti filtri UV organici mostrano una forte tendenza al bioaccumulo, ossia si concentrano nei tessuti degli organismi viventi. Questo è dovuto alla loro elevata lipofilia e quindi alla loro solubilità nei grassi. Attraverso la catena alimentare, tali sostanze possono amplificarsi (biomagnificazione), raggiungendo anche l’uomo attraverso l’ingestione di prodotti ittici, come ad esempio i mitili (2, 3).
Numerosi studi hanno evidenziato effetti negativi dei filtri UV su diversi organismi acquatici, tra cui alghe, artropodi, pesci ed echinodermi. Le conseguenze includono alterazioni del sistema endocrino, danni neurologici, problemi nello sviluppo e nella loro riproduzione. In particolare, preoccupante è l’impatto sui coralli. Alcuni filtri UV, come il benzofenone-3 e l’ottocrilene, possono causare il coral bleaching, lo sbiancamento dei coralli: si tratta di un fenomeno per cui un corallo sotto stress allontana le alghe colorate (zooxantelle) che, attraverso la fotosintesi, fissano il carbonato di calcio sui coralli (4, 5, 6).
Bisogna considerare che lo sbiancamento dei coralli può essere causa di altri problemi ambientali, per esempio una diminuzione della biodiversità, una riduzione dell’habitat di alcuni pesci e crostacei (che si riproducono o crescono sulle barriere coralline) e mette a rischio la sicurezza delle coste (poichè le barriere coralline sane assorbono la forza delle onde e delle tempeste).
Le ulteriori principali fonti di stress identificate per i coralli sono: le variazioni della temperatura dell’acqua (per esempio, a causa dei cambiamenti climatici); l’acidificazione degli oceani (per esempio, a causa dell’eccesso di CO2 atmosferica); l’aumento dell’intensità delle radiazioni solari; gli inquinanti (per esempio, erbicidi e altre sostanze utilizzate in agricoltura, perdite di petrolio, limo ecc.). A volte lo stress è reversibile e le alghe ritornano al corallo, altre volte, se lo stress è troppo prolungato, lo sbiancamento continua e, senza il prezioso nutrimento, il corallo finisce per morire.

Il problema dei filtri solari sta rappresentando oggigiorno una vera e propria sfida globale: da un lato è fondamentale proteggere la pelle umana dai danni dei raggi UV, dall’altro è necessario ridurre l’impatto ambientale di questi prodotti (7).
Alcuni paesi e regioni hanno già adottato misure restrittive, vietando specifici filtri UV considerati dannosi per gli ecosistemi marini.
Negli ultimi anni diversi Paesi e regioni del mondo hanno iniziato ad adottare misure normative per limitare l’uso di alcuni filtri UV presenti nelle creme solari, riconosciuti come potenzialmente dannosi per gli ecosistemi marini, in particolare per le barriere coralline. Queste decisioni, motivate da numerosi studi scientifici, hanno portato alcuni Paesi ad introdurre normative particolarmente severe. Il primo è stato Palau, che nel 2020 ha vietato la vendita e l’uso di creme solari contenenti diverse sostanze considerate dannose per le barriere coralline, tra cui ossibenzone, ottinoxato e ottocrilene. Questa decisione è stata presa per proteggere gli ecosistemi marini del Paese, che rappresentano una risorsa naturale e turistica fondamentale.
Anche alle Hawaii, negli Stati Uniti, è stata introdotta una normativa simile. Dal 2021, infatti, è vietata la vendita di creme solari contenenti ossibenzone e ottinoxato: due filtri UV ritenuti tra i principali responsabili del deterioramento delle barriere coralline. Le autorità locali hanno adottato questa misura per ridurre l’impatto del turismo sulle acque costiere e preservare uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del pianeta.
Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche nei Caraibi. Nelle U.S. Virgin Islands è stato vietato l’uso di creme solari contenenti ossibenzone, ottinoxato e ottocrilene, mentre Aruba e Bonaire hanno introdotto restrizioni simili, con particolare attenzione ai prodotti contenenti ossibenzone. Queste aree sono caratterizzate dalla presenza di barriere coralline particolarmente sensibili e rappresentano importanti destinazioni turistiche, motivo per cui la tutela dell’ambiente marino è diventata una priorità.
Anche il Belize, che ospita una delle più grandi barriere coralline del mondo, ha adottato misure restrittive vietando l’uso di alcuni filtri solari dannosi nelle aree marine protette. L’obiettivo è sempre quello di ridurre l’impatto delle attività turistiche e preservare la biodiversità marina.
In Thailandia, invece, il divieto non riguarda l’intero territorio nazionale, ma è stato introdotto all’interno di diversi parchi nazionali marini. In queste aree è vietato l’uso di creme solari contenenti sostanze come ossibenzone, ottinoxato, 4-metilbenzilidene canfora e butilparabene, considerate potenzialmente dannose per i coralli e per altri organismi marini.
Anche alcune località turistiche del Messico, in particolare nelle zone della Riviera Maya, hanno introdotto regolamenti che limitano l’uso di creme solari tradizionali, permettendo soltanto prodotti biodegradabili o definiti “reef-safe”, cioè meno dannosi per gli ecosistemi marini.
Nel complesso, queste normative dimostrano una crescente attenzione internazionale verso la tutela degli ambienti marini. Tuttavia, le regolamentazioni non sono ancora uniformi a livello globale e la ricerca scientifica continua a studiare soluzioni alternative che possano garantire sia una protezione efficace della pelle sia una maggiore sostenibilità ambientale.
Negli ultimi anni, nel settore dei cosmetici, è diventata sempre più comune l’uso di diciture come “reef safe” o “reef friendly”, con cui i produttori dichiarano che i loro prodotti sarebbero sicuri per le barriere coralline. Queste etichette hanno un forte impatto sul consumatore, che tende a fidarsi di queste affermazioni e a considerarle una garanzia di minore impatto ambientale. In particolare, viene spesso sottolineata la presenza di filtri UV inorganici nelle creme solari, percepiti come più sicuri perché di origine naturale o meno controversi rispetto ad altri ingredienti (8).

Tuttavia, la reale valutazione della sicurezza ambientale è molto più complessa e non può essere ridotta a semplici slogan di marketing. In ambito scientifico, infatti, si utilizzano strumenti come la Environmental Risk Assessment (ERA), un processo che consente di stimare il rischio di una sostanza per l’ambiente mettendo in relazione la sua tossicità con l’esposizione reale.
All’interno di questo approccio rientra anche il concetto di PNEC, cioè la concentrazione al di sotto della quale non si prevedono effetti negativi sugli organismi. Inoltre, si considera il profilo di rischio intrinseco delle sostanze, che descrive la loro pericolosità indipendentemente dalle condizioni di esposizione.
In conclusione, l’etichetta “reef safe” rappresenta una semplificazione commerciale che può risultare fuorviante, mentre la reale sicurezza per l’ambiente marino può essere valutata solo attraverso un’analisi scientifica completa e quantitativa, come quella fornita dalla valutazione del rischio ambientale.
Il futuro, quindi, è rivolto allo sviluppo di filtri solari eco-compatibili, una maggiore efficienza nei sistemi di depurazione delle acque ed una sensibilizzazione dei consumatori verso scelte più responsabili onde garantire un futuro sostenibile sia per l’uomo che per il mare.
Riferimenti bibliografici
- Ngoc LTN, et al (2019).https://doi.org/10.3390/cosmetics6040064
- Tovar-Sánchez A, et al (2019). https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2018.11.399
- Drouillard KG (2008).https://doi.org/10.1016/B978-008045405- 4.00377-3
- Raffa RB, et al (2019). https://doi.org/10.1111/jcpt.12778
- Spalding MD, Green EP, Ravilious C (2001). World atlas of coral reefs
- Danovaro et al. (2008). https://doi.org/10.1289/ehp.10966
- I. Chubarenko, A. Bagaev, M. Zobkov, E. Esiukov (2016) https://doi.org/10.1016/j.marpolbul.2016.04.048
- Chisvert A, Tarazona I, Salvador A (2013). Anal Chim Acta 790:61–67 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23870410/

SONIA LANERI
Dipartimento di Farmacia
Università di Napoli Federico II
CHIARA MANTOVANI
Safic Alcan | Italia

Bio...
Sonia Laneri è docente presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove si occupa delle Scienze cosmetiche. Ella è il Coordinatore della Laurea Magistrale in Scienza e Tecnologia dell’Industria Cosmetica che del Master di II livello in Scienza e Tecnologia Cosmetiche presso UNINA. I suoi campi di interesse sono lo sviluppo e la validazione di ingredienti bioattivi cutanei ed il loro lo studio di efficacia. Coordina attività di ricerca applicata e formazione avanzata nel settore cosmetico, collaborando con aziende e centri di ricerca nazionali e internazionali.

MEMBRO DEL COMITATO SCIENTIFICO
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I filtri solari sono alleati indispensabili per proteggere la pelle dai danni dei raggi UV, ma il loro impiego crescente sta creando un impatto negativo sugli ecosistemi marini. Queste sostanze, suddivise in filtri organici e inorganici, possono raggiungere mari e oceani attraverso il bagno in acqua e scarichi non completamente depurati. Una volta nell’ambiente, alcune molecole tendono ad accumularsi negli organismi e a risalire la catena alimentare, con possibili effetti anche sull’uomo. Studi hanno evidenziato conseguenze preoccupanti, come lo stress dei coralli e il fenomeno dello sbiancamento delle barriere coralline. Di fronte a questo scenario, diversi Paesi hanno introdotto restrizioni su sostanze specifiche, mentre la ricerca scientifica punta a soluzioni più sicure ed eco-compatibili per conciliare salute umana e tutela del mare.


