Bio...

Paola Perugini1,2


1. Università di Pavia

2. Direttore Scientifico, 

Etichub (spin-off Univ. PV)

3. Marketing Specialist, 

Etichub (spin-off Univ. PV)

1. Università di Pavia

2. Direttore Scientifico, Etichub (spin-off Univ. PV)

3. Marketing Specialist,  Etichub (spin-off Univ. PV)

Camilla Grignani3

Bio...

SOS - Storie di Ordinaria Sostenibilità

Con questa rubrica vogliamo raccontare l’evoluzione delle nuove metriche di sostenibilità fornendo spunti costruttivi di riflessione che riguarderanno di volta in volta tutte le fasi di sviluppo del prodotto cosmetico.

Riferimenti bibliografici

Quando si parla di sostenibilità in cosmetica, la realtà si presenta sfaccettata e in costante evoluzione, specialmente perché è un tema che appartiene ad un contesto globalizzato in cui i cambiamenti possono manifestarsi rapidamente, sotto più aspetti e coinvolgere diversi attori.

Da un lato, infatti, abbiamo il consumatore. Il mercato rappresenta il traino del settore che spinge per adottare pratiche più responsabili. D’altronde, più di tre quarti degli europei (78%) concordano sul fatto che le questioni ambientali hanno un effetto diretto sulla loro vita quotidiana e sulla loro salute. Circa quattro su cinque intervistati (84%) sono d'accordo sul fatto che il contributo della legislazione sia necessario per proteggere l'ambiente. In generale, si nota una predisposizione verso comportamenti più sostenibili, con quasi sei intervistati su dieci disposti a pagare di più per prodotti realizzati in modo ambientalmente sostenibile (1).

Dall'altro, troviamo le aziende della catena produttiva cosmetica. Sono motivate dalle crescenti pressioni a muoversi con iniziative e strategie mirate per rispondere alle richieste del mercato. Spesso sviluppano metodologie individuali per interpretare e integrare le esigenze di sostenibilità, dimostrando un chiaro impulso al cambiamento. La corsa verso pratiche più sostenibili varia notevolmente a seconda delle dimensioni, della struttura, delle capacità economiche e delle risorse umane e imprenditoriali delle aziende stesse. Questa diversità, che si riflette sulla filiera, può portare a una mancanza di coordinamento e a una frammentazione degli sforzi, poiché non tutte le realtà sono già dotate degli strumenti adeguati ad affrontare efficacemente questa sfida o scelgono di non divulgare informazioni per politiche interne.

Infine, abbiamo le autorità regolatorie. A queste spetta il compito di adattare o rafforzare le normative per garantire un ambiente equo e trasparente. La legislazione, che guida le aziende verso pratiche più sostenibili, può essere più lenta nell’adattarsi ai cambiamenti del mercato e alle nuove richieste. Come già successo per altri aspetti legati al prodotto cosmetico, le regole sono spesso create e modificate mentre l’industria sembra già impegnata nel mettere in atto le sue strategie. Insomma, le norme vengono promulgate quando le necessità diventano evidenti, sottolineando il bisogno di una guida mirata verso la direzione desiderata. Un quadro normativo in evoluzione, però, può ostacolare una pianificazione efficace e coerente, rendendo difficile per le aziende adottare misure in modo sistematico. A questo si aggiunge un ulteriore aspetto: le differenze tra le legislazioni dei vari paesi rendono complessa la creazione di standard globali uniformi, siano essi applicati alle materie prime, al packaging o ad altre pratiche. Questo scenario così diversificato può limitare anche la capacità delle aziende di operare in modo sostenibile su scala internazionale.


Qual è l'attuale scenario in Europa?

In generale, in Europa, la rotta è quella Green Deal, che rappresenta un tentativo significativo di trasformare l'economia in una direzione più moderna ed efficiente, con un focus sulla riduzione delle emissioni e una crescita economica che consideri il benessere sociale. È in corso, però, l'introduzione di un quadro normativo più rigoroso e dettagliato, cruciale per sincronizzare le pratiche di sostenibilità con le regolamentazioni esistenti, assicurando così che gli sforzi delle aziende siano allineati con standard chiari. Più nello specifico, una delle strade su cui sono impegnate le istituzioni è la protezione del consumatore, attraverso attività che, pur coprendo diversi ambiti, hanno l’obiettivo comune di una comunicazione più trasparente sulla sostenibilità. Oggi, ad esempio, stiamo assistendo a progressi importanti nella gestione dei claims ambientali. La direttiva " Empowering consumers for the green transition through better protection against unfair practices and through better information " e la "Green Claims Directive" (GCD) sono esempi chiari di azioni volte a tutelare i consumatori. La prima, già in essere, mira a fornire gli strumenti per fare scelte informate. Vieta le affermazioni vaghe sull'ambiente e l'uso di loghi di sostenibilità non verificati, proibisce dichiarazioni su prestazioni future non corroborate da impegni chiari e pratiche commerciali sleali. La seconda, invece, che è al vaglio delle autorità, promuove un approccio più armonizzato alle informazioni ambientali, indirizzando verso claims affidabili e pertinenti. La GCD vuole assicurare che ogni affermazione, sia testuale che riportata in etichetta, sia supportata da evidenze concrete. La proposta si estende anche alle affermazioni comparative e future, con l'obbligo di fornire ai consumatori tutte le informazioni di contesto tramite comunicazioni coerenti e di utilizzare solo etichette approvate. Inoltre, richiederebbe alle aziende di ottenere una certificazione preventiva da parte di un verificatore nazionale indipendente. In ogni caso, esclude le affermazioni ambientali già soggette a normative più specifiche o, ad esempio che riguardano l'impatto sociale. Insomma, mira a concetti chiari: specificare, giustificare, verificare.

È quindi evidente che questo quadro normativo sulla comunicazione sostenibile sta nascendo in risposta a un mercato già attivo, dove le aziende, in mancanza di prescrizioni specifiche, hanno immesso sul mercato prodotti seguendo un proprio approccio.


Come si affronta la sincronizzazione tra regolamentazione e sostenibilità? 

Sul tema della sincronizzazione in divenire tra regolamentazione e sostenibilità, si è parlato anche durante la Skin Summer School, l’evento accademico dell’Università di Pavia che ha visto il contributo di esperti del settore, tra cui l’accademia stessa, EffCi e NATRUE. La discussione ha evidenziato come la regolamentazione sia inevitabilmente il punto di incontro tra le esigenze di business e quelle dei consumatori. In particolare, ha messo in luce che oggi l'industria cosmetica si trova generalmente un passo avanti rispetto alla normativa, adottando innovazioni e strategie di sostenibilità in risposta ai bisogni del consumatore prima che queste siano formalmente regolamentate. In ogni caso, dovendo fronteggiare una complessa rete di disposizioni nazionali e internazionali, spesso l’industria può ritrovarsi a rincorrere l'evoluzione normativa pur trovandosi in una posizione avanzata. Questa dinamica rende difficile la creazione di un quadro uniforme e coerente, e sottolinea l’essenzialità di un dialogo continuo tra tutte le parti. L’obiettivo non è tanto una completa armonizzazione a livello globale, che ad oggi rimane una utopia, ma piuttosto promuovere una visione chiara e armonizzata a livello locale che faciliti pratiche e comunicazioni trasparenti. D’altronde, la sostenibilità nel settore cosmetico è già di per sé una sfida urgente e complessa: senza una visione coordinata e uno sforzo normativo definito, il percorso rischia di non rispondere adeguatamente alle aspettative. L’ adattamento regolatorio, quando allineato con i tempi e le dinamiche del mercato, può dare una spinta alla capacità di innovazione e supportare la risposta rapida delle aziende al consumatore, seguendo in modo tempestivo le mutevoli esigenze del settore. Riusciremo a colmare questo divario tra la rapidità del mercato e gli sviluppi regolatori? Questo rimane un interrogativo cruciale per il futuro della sostenibilità nel settore cosmetico.


Che obiettivo hanno queste prime azioni?

L'identificazione dei macro-cicli aziendali su cui concentrarsi costituisce un primo passo per agevolare la raccolta di dati e informazioni necessarie a condurre un'analisi di sostenibilità. Il processo così strutturato facilita la collezione di elementi, e permette anche di valutarne la concretezza, la qualità e l'affidabilità. Questa operazione agevola anche il confronto con le proprie referenze interne. Questo aspetto è particolarmente importante per ottenere una prospettiva significativa sugli impatti aziendali rispetto a standard predefiniti dall'azienda stessa. In questo modo, l'analisi di sostenibilità va oltre la valutazione quantitativa di calcolo ma consente anche una riflessione approfondita sulla performance qualitativa di tutta la struttura.


Che ricaduta ha questa azione?

Quando si valuta il divario tra le prestazioni sostenibili di un prodotto e di quelle degli standard interni si compie un primo passo fondamentale per dare il via ad eventuali azioni correttive o migliorative, abbracciando un approccio proattivo. Un piano strategico di sostenibilità, infatti, dovrebbe integrare gradualmente le tematiche di sostenibilità al modello di business, puntando al conseguimento degli obiettivi prefissati e, soprattutto, alla creazione di valore condiviso. Con la scelta di un approccio graduale alla valutazione di sostenibilità secondo il confronto con referenze interne diventa più facile attuare piccole azioni correttive mirate. Questa visione consente di valutare più direttamente l'impatto di ciascuna modifica nel calcolo di sostenibilità, aprendo la strada a miglioramenti che possono essere meglio gestiti e pianificati. Con la metodologia a passi insomma, si contribuisce a consolidare il percorso verso la sostenibilità e a costruire un futuro aziendale più responsabile. Così ogni realtà può scegliere il proprio punto di partenza che, dipendentemente dalla sua struttura, potrebbe essere il raffinamento delle pratiche di approvvigionamento, l'ottimizzazione del sistema logistico, la gestione delle risorse idriche o la revisione delle pratiche di imballaggio delle materie prime secondo nuovi standard. Individuare una base da cui iniziare il cammino fornisce la svolta per adottare un approccio quali-quantitativo alla valutazione sostenibilità.


Punto di partenza e confronto mi sembrano le azioni strategiche…

Esattamente: darsi un inizio e rifarsi al concetto di "confronto interno" sono le attività fondamentali. Le aziende dovrebbero costantemente monitorare e valutare i loro progressi apportando modifiche quando necessario. L'obiettivo è un cambiamento che, una volta messo in moto, diventa graduale e continuo piuttosto che un'immediata rivoluzione.


Un esordio di sostenibilità, insomma…

La diversità e il pragmatismo di questo approccio spingono a guardare oltre l'enormità della sfida e concentrarsi su azioni concrete così rendere la transizione verso la sostenibilità meno faticosa e più realizzabile. Questo non solo aiuta a valutare gli sforzi compiuti nel tempo ma permette anche di coinvolgere gradualmente tutta la propria filiera. Questa dimensione richiede metodo, analisi critica e impegno a lungo termine ma un approccio di questo genere, focalizzato sulle milestone di sostenibilità, è il modo trasversale con cui anche le piccole e medie realtà possono affrontare le sfide complesse e compiere passi significativi verso un futuro più sostenibile. Non intervenire su tutto oggi può essere l'azione più strategica per il domani…

Riferimenti bibliografici

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