Pochi mesi fa giravo tra gli stand di Spazio e Nutrizione, quando mi sono ritrovata di fianco, con grande sorpresa e piacere, una persona che avevo perso di vista per tanti anni. Sapete quando 5 minuti azzerano il tempo passato e si ritrova subito una grande sintonia? Ecco è successo esattamente così.

Entrambe scienziate per vocazione, io e Simona dopo la laurea ci siamo dedicate all’attività di laboratorio per il Dottorato, ma poi i nostri due percorsi si sono divisi ed è incredibile come si siano rincontrati dopo aver fatto dei giri completamente diversi. Ma è stata l’ultima svolta lavorativa di Simona che mi ha subito incuriosita, sia perché era evidente che la rendesse molto felice, sia perché di Health Coaching non ne sapevo proprio niente.

Appena ne ho saputo di più, ho voluto subito intervistarla per Nutra Horizons per condividere con voi quella che per me è stata una bellissima scoperta.


Grazie Simona, o meglio, Dott.ssa Cosentino, per aver accettato il nostro invito.


Da dove sei partita e come sei arrivata a diventare un health coach?


Ho lavorato come ricercatore presso il Centro Cardiologico Monzino dove, studiando il ruolo dei recettori purinergici nelle cellule mesenchimali cardiache, ho conseguito un dottorato di ricerca in Biotecnologie Farmacologiche. È stata un’esperienza entusiasmante, volevo fare la ricercatrice da quando all’età di 8 anni infilzavo le mosche e le mettevo sotto la lente di un microscopio giocattolo. In quel settore ho imparato che si può fare un lavoro che ti piace, e che le idee possono essere sviluppate se inquadrate in un piano disegnato con cura. Ho visto professionisti pieni di entusiasmo e doti mettersi al servizio della scoperta di processi biologici e strategie farmacologiche ancora inesplorati ma anche tanta fatica a lavorare in una società in cui il tuo lavoro non è riconosciuto a livello economico e contrattuale. Successivamente, dopo aver seguito un master sugli integratori alimentari ho accettato un ruolo come responsabile di ricerca e sviluppo per un’azienda di un gruppo multinazionale che sviluppa e produce integratori alimentari e medical devices. Lì ho sperimentato la bellezza di poter pensare a un prodotto, svilupparlo ed in fine vederlo sullo scaffale della farmacia. Sentivo che il mio lavoro aveva un impatto più sulle aziende che sulle persone e qualcosa mi chiamava verso una scelta un pò più rischiosa ma che più mi rappresentasse, così, mi sono licenziata e mi sono iscritta all’Istituto di Nutrizione Integrata a New York dove mi sono certificata come Health Integrative Nutrition Coach.


Cos’è l’Health coaching?


E’ un percorso di relazione basato sull’ascolto, in cui le persone si danno obbiettivi su salute e benessere e li raggiungono grazie al supporto di un coach che li guida trasferendo su di loro tutte le conoscenze scientifiche necessarie.


Cosa vuol dire nutrizione secondo la filosofia della nutrizione integrata? 

  

I principi fondamentali sono tre: bio-individualità, nutrimento primario e nutrimento secondario. Secondo la bio-individualità, ognuno di noi è un essere unico: il cibo perfetto per te, può far ingrassare o far sentire letargico qualcun altro. Non c’è un tipo di alimentazione che possa andare bene per tutti. Nutrimento primario è tutto ciò che non è nel nostro piatto, tra le aree che nutrono maggiormente la nostra vita, le relazioni, la carriera, la spiritualità e l’attività’ fisica ma anche la gioia e l’ambiente di casa. Quante volte da piccoli ci siamo sentiti nutriti più dalla vita che dalla nostra alimentazione? Quante volte apriamo il frigo perché ci sentiamo tristi? Noi siamo affamati di contatto, gioco, intimità, amore, avventura e tanto altro. Tutto è nutrimento. Possiamo avere un’alimentazione perfetta ma se una di queste aree è molto malnutrita il nostro benessere sarà incompleto. Il nutrimento secondario è la costruzione di un piatto equilibrato, sano e consapevole.


Arriviamo alla pratica, ci parli dello studio cinico presso centro malattie infiammatorie croniche dell’intestino (MICI) dell’ospedale di Rho?


Presso il MICI collaboro con Simone Saibeni, gastroenterologo e medico ricercatore. Stiamo conducendo uno studio clinico pilota controllato e randomizzato per studiare se e come l’health coaching possa avere dei risultati misurabili su 30 pazienti con diagnosi di rettocolite ulcerosa o di morbo di Crohn. I pazienti, in terapia farmacologica, verranno divisi in due gruppi e seguiranno o un percorso di 6 mesi di health coaching con me o riceveranno informazioni sul ruolo della nutrizione e di un corretto stile di vita rispetto agli stati infiammatori. Misureremo, attraverso l’uso di questionari validati e indicizzati, se la relazione di coaching, influisca in maniera significativa sulla qualità della vita, del sonno, sull’ attività lavorativa, nei livelli di stress e nella percezione di malattia in questi pazienti. La relazione che si crea nel percorso, basata su ascolto, accoglienza e fiducia, vuole riportare il paziente al centro della cura, rendendolo responsabile, consapevole e competente delle scelte nutrizionali e dello stile di vita che decide di seguire.


L’health coaching può essere utilizzato anche per altre patologie? 

  

Assolutamente si, in ospedale e in un percorso di cura, il rapporto a tre, tra health coach, specialista e paziente può aprire le porte a un nuovo scenario in cui chi cura e chi viene curato lavorano come una squadra. La terapia farmacologica, un’alimentazione sana e consapevole associata a uno stile di vita risvegliato lavorano come buoni alleati in un percorso di malattia.


Quanto è importante il paziente nel funzionamento della cura?


Il paziente è fondamentale, lui ha una conoscenza di sé che nessuno può avere, è necessario dargli ascolto, validare il suo sentire e responsabilizzarlo nelle sue scelte. Il paziente è parte importante della cura, scende in campo per dare una mano al suo specialista.


So che vuoi portare il progetto in altri ospedali, cosa serve perché tu riesca a realizzare questo sogno? E quali sono gli ostacoli? 

  

Serve avere dei dati scientifici a supporto, ed è per questo che lo studio clinico è tanto importante. Questo percorso ha tutte le carte in regola per entrare in ospedale in associazione alle terapie farmacologiche, ma deve farlo a testa alta, con dati clinici validati. La comunicazione è importante, molte persone ancora non sanno che possono migliorare la propria salute modificando anche lievemente il proprio stile di vita. Gli ostacoli che incontriamo sono quelli legati alla diffidenza che creano le novità. La nostra salute dipende anche da noi, e se è proprio il medico ad indicarci questa possibilità dandoci gli strumenti giusti, è facile pensare ad un aumento di aderenza alla terapia e a una maggior soddisfazione dei nostri pazienti.